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Oggi,

Associazione Amici SMS BIBLIO Pisa

Incontro con l'autore

Fra le tante attività della nostra associazione, questa è quella che finora ci ha dato grandi soddisfazioni sia in ternini di visibilità verso la cittadinanza che verso le istituzioni. Abbiamo inziato invitando Maurizio De Giovanni, noto scrittore partenopeo di libri gialli, che ha presentato la sua ultima fatica ' I bastardi di Pizzofalcome ' ( Edizioni Enaudi). La presentazione è stata affidata alla regista Barbara Idda, che ha bene introdotto le diverse tematiche affrontate nei romanzi di De Giovanni. La discussione si è sviluppata in modo molto interessante e le brillanti osservazioni sui diversi personaggi che popolano le sue storie, come il commissario Ricciardi e il più recente ispettore Lojacono e il ruolo dei luoghi e la magia di Napoli, che fanno da sfondo alle indagini di Ricciardi prima e di Lojacono dopo, hanno avvinto il pubblico presente. Non è mancato il coup de théâtre quando De Giovanni ha svelato che ha sempre immaginato le fattezze del commissario Ricciardi come quelle dell' attore cubano Andy Garcìa, giovane interprete nei films gli "Intoccabili " e il " Padrino.

Una platea particolarmente attenta e preparata ha anche apprezzato la lettura, da parte di De Giovanni, di un suo pezzo inedito.

Alla manifestazione hanno partecipato numerosi cittadini che hanno accolto con entusiasmo l'evento anche se a Pisa, in quei giorni, c'era un'importante manifestazione di richiamo nazionale: 'L'Internet Festival' .

L'evento si è potuto svolgere per la preziosa collaborazione della libreria La Fogola, alla quale esprimiamo tutto il nostro ringraziamento.

La redazione

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Incontro con l'autore

Abbiamo chiesto a Barbara Idda la presentazione de 'I bastardi di Pizzofalcone' che ha curato in occasione del primo 'Incontro con l'autore' tenutosi il 17 ottobre 2013, presso l'Auditorium del Centro Maccarrone a Pisa, alla presenza dell'autore Maurizio De Giovanni. Barbara ha accolto il nostro invito e gentilmente ci ha fatto pervenire il suo lavoro, che volentieri pubblichiamo.

 

 

“I bastardi di Pizzofalcone” di Maurizio De Giovanni

Presentazione a cura di Barbara Idda

Avevo pensato di iniziare questa presentazione citando un celeberrimo aforisma di Alberto Arbasino:
"La carriera di uno scrittore italiano passa attraverso tre fasi. Brillante promessa (agli esordi), solito stronzo (dal secondo libro in poi), venerato maestro (poco prima della dipartita)".

La sagace boutade mi sembrava calzasse a pennello per il caso editoriale costituito da Maurizio De Giovanni: debutto fortunatissimo, la Fandango che chiede a lui, non lui alla Fandango, di scrivere la serie sul commissario Ricciardi, una sfilza di premi (tra i tanti, Viareggio, Camaiore, Bancarella) e un sostanzioso numero di libri usciti nel breve arco di otto anni, dal Duemilacinque ad oggi, nonostante la leggenda narri che scrive solo d'estate, durante le vacanze.

Insomma, il soggetto perfetto per provocare le ire funeste di stuoli di malevoli e invidiosi, di puristi e critici sempre intenti a contestare classifiche e vendite stellari in nome di 'sacri canoni', in un Italia che legge sempre meno e quel poco magari lo scarica da Internet.

D'incontrovertibile, però, nel caso De Giovanni, resta il successo editoriale, resta il numero sempre crescente di lettori cui si affiancano le numerose traduzioni all'estero (Spagna, Francia, Germania) e soprattutto l'affermazione e stima conquistate tra i giallisti, anche se la definizione 'giallista' per De Giovanni è assai riduttiva. Nella sua opera, oltre al giallo, c'è il sublime nero di Ed McBain, che Maurizio tanto ama, e di Simenon, quello dei 'romans durs', che amo tanto io.

Insomma, Arbasino e tutto il resto mi sembrava un modo disinvolto e divertente per mettere subito in luce le doti dello scrittore e catturare l'attenzione del pubblico, con il brividino classico della parolaccia piazzata ad arte, poi però buttando giù questa presentazione mi sono detta:

'Va bene, e dopo? Non è che vorrai tenere tutto il tempo il distacco aristocratico del dandy ottuagenario!?'
Il dandy ottuagenario è Arbasino, l'avevate capito, io sono un po' più giovane e poi, col distacco aristocratico non me la dico bene, in letteratura sono piuttosto di parte, neanche fossi un'adolescente!

Quindi, adesso qui mi dichiaro e vi dico che questo romanzo, "I bastardi di Pizzofalcone", uscito per i tipi dell'Einaudi quattro mesi fa, oltre alle lodi di rito e ai rimandi ai grandi della letteratura mondiale, merita un plauso sincero perché una Napoli così, senza la 'tazzulella di caffè' consolatoria, beh, una Napoli così...

Una Napoli senza i neo-melodici ad ammorbare aria e note, senza il perenne posteggiatore abusivo, senza spaghetti e mandolini; una Napoli cupa e spesso ostile, con un orizzonte chiuso come una promessa non mantenuta, ecco, una Napoli così io, e credo anche voi, non l'avevo mai letta.

Una Napoli che, a me donna di teatro, restituisce, mutata mutandis, tutta la drammaticità di certe pagine di Edoardo De Filippo, che di 'tazzulelle di caffè', ma amarissime, è stato l'indiscusso Maestro.

Saper raccontare una città, che sia la Londra fuligginosa e tetra di Dickens o la Milano assassina di Scerbanenco, è un'arte difficile, le città sono sfuggenti per loro intrinseca natura, mutano anima a seconda di chi le osserva e danno, narrativamente, del filo da torcere, specie a chi vorrebbe ridurle a cliché o stereotipi.

Non è certo il caso di De Giovanni.
Già dal titolo, di mandolini, posteggiatori e sole, in questo romanzo, non c'è ombra o eco; un titolo che mi ha richiamato subito alla memoria i 'Bastardi senza gloria' di Tarantino, anche se, andando avanti nella lettura, il pensiero è filato a 'I ragazzi del coro' del mai abbastanza compianto Robert Aldrich.
I 'bastardi di Pizzofalcone', un manipolo di uomini e donne di legge, con qualche difetto di fabbrica o scheletro nell'armadio o accusa infamante e falsa da riscattare, allontanati dai distretti d'appartenenza e parcheggiati, per l'appunto, al Commissariato di Pizzofalcone, precedentemente apparso sulle pagine di cronaca nera perché teatro d'una brutta storia di poliziotti corrotti, invischiati in un traffico di droga.
I 'bastardi' di De Giovanni, invece, sono tutti gente onesta, ma scomoda, e infatti si son visti affidare l'ingrato compito di restituire la perduta verginità, per così dire, al commissariato male in arnese e sotto minaccia di chiusura, se non riabilitato da qualche successo investigativo.
Per quelli che hanno già letto il libro e sono pronti a mettere i puntini sulle 'i', aggiungo che sì, è vero, non tutti i bastardi di Pizzofalcone vengono da fuori, due appartenevano al vecchio organico, ma sono usciti puliti dall'indagine disciplinare: Giovanni Pisanelli, detto il Presidente, e Ottavia Calabresi, detta Mammina, rispettivamente sostituto commissario e vicepresidente.
Giovanni e Ottavia erano lì, a Pizzofalcone, già da prima, ma fino all'arrivo dei nuovi avevano più vegetato che vissuto, in attesa d'uscire da quel porto delle nebbie, in attesa di: Francesco Romano, detto Hulk, assistente capo; Alessandra di Nardo, detta Alex, agente assistente; Marco Aragona, lo pseudo-Serpico e infine, ultimo solo nell'ordine d'apparizione, Giuseppe Loiacono, detto il Cinese, l'ispettore.
In attesa di gente con lo stesso tarlo a divorarla.
Sì, c'è un tarlo comune o meglio, un filo, che unisce tutti questi personaggi, che si impone con una forza ed uno struggimento quasi intollerabili, ma d'un intollerabile che ha, paradossalmente, un'accezione positiva, stando a rappresentare quel fardello di sofferenza universale che accomuna noi mortali e che, come lettori, ci induce a girare in fretta le pagine.
Quel tarlo, quel filo è la solitudine.
Non è un caso se spesso, mentre leggevo questo romanzo, mi sono ritrovata a canticchiare il ritornello di 'Eleonor Rigby', che parla di 'all the lonely people', ve lo ricordate?
Detto tra noi, che io scriva per me o altri, ad un certo punto i Beatles ce li piazzo sempre, sono il mio portafortuna, ma qui cadono a proposito perché sia l'assassino che la vittima sembrano usciti pari pari da quella canzone: la vittima, la povera (in realtà ricchissima) Cecilia De Santis, infelicemente sposata col fedifrago notaio Festa, ancora innamorata di quel marito infedele che le deve tutto, successo soldi posizione sociale, ma in cambio non le ha regalato che amarezze illusioni e disincanto; l'assassino, che ha tutti i crismi per rientrare a pieno titolo nella categoria del patetico, con il suo 'sogno d'amore' irrealizzabile, architettato a tavolino e miseramente naufragato.
Spicca su tutti, per tormento e originalità, la figura dell'ispettore Giuseppe Loiacono, detto il Cinese, già protagonista del romanzo 'Il metodo del Coccodrillo', uscito per Mondadori nel 2012 e vincitore del Premio Scerbanenco.
Il Cinese, così soprannominato per i suoi occhi a mandorla, è a sua volta un uomo solo, sradicato dalla Sicilia perché a torto ritenuto un informatore della mafia, e nutre da tempo i suoi tarli con una bella dose di rabbia e rimpianto per la figlia lontana, per la moglie che lo ha abbandonato, per una carriera ormai compromessa.
Loiacono è un uomo solo, sì, ma non è un perdente, e cerca riscatto agli occhi del mondo dimostrandosi bravo, anzi bravissimo, nel suo mestiere, tanto da risolvere i casi affidatigli non già in virtù d'analisi scientifiche, test del DNA o quant'altro, ma esclusivamente in virtù delle sue doti deduttive e grazie all'innata capacità di calarsi nelle frustrazioni e disperazioni altrui per carpirne segreti e miserie.
Entrare in empatia, anche con i carnefici, è questa la formula Loiacono.
 Ne' I bastardi di Pizzofalcone' vi sono molte altre solitudini: quella d'una vecchia impicciona, quella d'una giovane e bellissima reclusa, quella di Giorgio Pisanelli, che indaga su dei suicidi sospetti per non pensare a quello, vero, della moglie.
Un personaggio, questo Pisanelli, al quale mi sono subito affezionata, un uomo triste che parla ogni sera con la fotografia della moglie morta e che mi ha ricordato nei tratti il 'Pereira' magnificamente interpretato da Marcello Mastroianni, dandomi così modo di fare un omaggio qui, a Pisa, al nostro concittadino, Antonio Tabucchi, dal cui 'Sostiene Pereira' fu tratto il bel film di Faenza.
Ritornando a noi e ad Aldrich, aggiungo che la storia raccontata da De Giovanni è davvero una storia corale, dove le tante solitudini si intrecciano, sovrappongono e talvolta persino inseguono, come in una fuga di Bach e vi lascio con un'altra citazione, che viene fuori dritta dritta dal 'Giovane Holden':
"(...) quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti vorresti che l'autore fosse un tuo amico e magari poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non è sempre così".
Ora, non so se io e Maurizio diventeremo amici e comunque giuro solennemente che, nel caso, non lo chiamerò al telefono tutte le volte che mi verrà in mente, però, da quel che mi hanno detto, stasera andremo a cena insieme e sapete com'è, da cosa nasce cosa.

Brevi note biografiche su Barbara Idda.

Barbara Idda è nata e vive a Pisa.
Docente di Scrittura creativa, drammaturga e regista teatrale.
Allieva di Mario Vargas Llosa, ha lavorato, tra gli altri, con Robert Cahen, uno dei nomi più prestigiosi della video-arte nel mondo.